martedì 29 settembre 2026

Segnalazione: "LA VERITÀ DI QUELLA NOTTE" di Shey Stahl

 


 Una storia di amicizia e di amore.

Buona lettura.

💕 Genere

Contemporary Romance

✨ Tropes

• Friends to lovers

• New adult

• Vulnerable Heroine

• Emotional Angst


📖 Trama

Dicono che i sorrisi più belli siano spesso quelli dietro cui si nascondono le ferite più profonde.

Barrette Blake non ricorda quasi nulla dell’evento che ha cambiato per sempre la sua vita. Con il sostegno incrollabile del suo migliore amico, cerca di ricostruire ciò che è accaduto e di rimettere insieme i frammenti di sé stessa.

Agli occhi degli altri è forte, determinata, capace di andare avanti. Ma dentro di sé sta lentamente perdendo la speranza di poter tornare intera.

Asa Lawson sembra avere tutto sotto controllo… almeno sul campo. È la stella del football universitario, domina ogni partita con sicurezza e talento. Ma fuori dal campo la sua vita è molto più complicata. Perché Asa è innamorato della ragazza che, dopo tutto ciò che ha vissuto, non riesce più ad amare sé stessa.

Mentre il mondo intorno a lui comincia a crollare e ogni certezza vacilla, la verità su ciò che ha distrutto la sua amica d’infanzia viene finalmente alla luce.

Lei fugge da un passato che non riesce a ricordare.

Lui è disposto a rischiare tutto per mostrarle quanto vale.

Lei è prigioniera del dolore.

Lui non le permetterà di arrendersi.

 

Data di pubblicazione: 9 settembre 2026







giovedì 24 settembre 2026

Lo chiamavano Trinità... perché è un cult imperdibile

Lo chiamavano Trinità... è rimasto nella memoria collettiva italiana per una ragione molto semplice: ha trovato un modo tutto suo di far ridere senza sembrare costruito a tavolino per ottenere la risata. Terence Hill e Bud Spencer non hanno bisogno di spiegare continuamente chi siano i loro personaggi, perché bastano un’espressione, un silenzio, un gesto fuori tempo o una reazione esasperata per creare quella complicità che il pubblico riconosce immediatamente. È proprio questa naturalezza a rendere il film ancora piacevole oggi, quando tanta comicità più recente appare già datata dopo pochi anni.

Il western, qui, diventa quasi un terreno di gioco. Enzo Barboni prende un genere che il cinema italiano aveva abituato a raccontare con polvere, vendette, sparatorie e personaggi tormentati e lo attraversa con un tono completamente diverso, senza però distruggerne il fascino. Il Far West resta credibile abbastanza da sostenere l’avventura, ma viene continuamente alleggerito da una comicità che non ha bisogno di trasformare ogni scena in una parodia dichiarata. Il risultato è un equilibrio raro, perché il film riesce a prendere in giro certi codici del western senza dare mai l’impressione di disprezzarli.

Terence Hill costruisce Trinità con una leggerezza quasi insolente. Il personaggio sembra sempre un passo fuori dalle regole, come se nulla riuscisse davvero a intimidirlo, e il suo sorriso diventa parte integrante del modo in cui affronta il mondo. Bud Spencer, al contrario, lavora moltissimo sulla presenza fisica e soprattutto sull’esasperazione, trasformando sguardi e pause in battute senza bisogno di parole. Insieme funzionano perché non sembrano due metà progettate artificialmente per completarsi, ma due persone che si sopportano, si provocano e finiscono per capirsi molto più di quanto ammettano.

Le scazzottate sono diventate uno dei marchi del loro cinema, ma ridurle a una serie di pugni sarebbe ingiusto. Dietro quelle scene c’è un senso del ritmo molto preciso, quasi musicale, nel quale contano l’attesa, il movimento, il rumore e la reazione di chi riceve il colpo. La violenza viene completamente svuotata della sua componente realistica e trasformata in spettacolo comico, così che il pubblico non viva quelle sequenze come momenti aggressivi, ma come vere e proprie coreografie. È una comicità fisica che funziona perché non cerca mai di sembrare più intelligente di ciò che è, e proprio per questo riesce a essere molto più efficace di tante gag costruite sulla battuta perfetta.

Un’altra qualità del film è la capacità di mantenere un tono leggero senza diventare vuoto. Non pretende di raccontare grandi verità e non cerca di aggiungere profondità dove non serve, ma dentro il divertimento lascia comunque emergere il rapporto tra i personaggi, il loro modo di affrontare i problemi e quella particolare idea di libertà che attraversa tutto il film. Trinità e Bambino non sono eroi tradizionali e non cercano di diventarlo; proprio questa distanza dal modello classico li rende molto più simpatici e vicini.

Anche il ritmo contribuisce al fascino della pellicola. Oggi siamo abituati a commedie che riempiono ogni minuto di battute, montaggio veloce e continui cambi di tono, mentre Lo chiamavano Trinità... si concede il tempo di far maturare una gag, di lasciare che uno sguardo produca la risata o che una situazione diventi comica senza bisogno di essere spiegata. Questa lentezza relativa non appesantisce il film, perché crea uno spazio nel quale i personaggi possono davvero respirare e diventare riconoscibili.

La colonna sonora di Franco Micalizzi completa perfettamente questo equilibrio. Ha un’energia scanzonata che accompagna il film senza sovrastarlo e contribuisce in modo decisivo alla sua identità, tanto che bastano poche note per richiamarne subito l’atmosfera. Anche questo è un segno di quanto il film sia riuscito a costruire un mondo coerente, nel quale musica, interpretazioni e comicità sembrano appartenere alla stessa voce.

Il tempo ha inevitabilmente lasciato qualche segno, perché certi modi di recitare e alcuni passaggi appartengono chiaramente al cinema dei primi anni Settanta, ma non è questo a definirne il valore. Quello che continua a funzionare è la capacità di divertire senza affanno, con una comicità che nasce dai caratteri e non dalla necessità di sorprendere continuamente lo spettatore.

Lo chiamavano Trinità... è diventato un cult perché possiede una personalità che non si confonde con quella di nessun altro western comico. Non ha bisogno di essere celebrato come un capolavoro intoccabile per meritare di essere visto: basta lasciarsi trascinare dal rapporto tra Hill e Spencer, dal ritmo delle loro schermaglie e da quel modo così particolare di trasformare il Far West in un luogo dove l’avventura può convivere perfettamente con il sorriso.

mercoledì 23 settembre 2026

A Caccia dell’Albero della Vita, di Maria Teresa De Donato e Anneli Sinkko


Recensione della Prof.ssa Giovanna della Bella


Leggere il libro di Maria Teresa De Donato e Anneli Sinkko è percorrere un cammino arduo ma interessante, che ti conduce a scoprire verità celate ai nostri occhi, delle quali non si assaporava l’essenzialità.

È “un entusiasmante viaggio spirituale” per comprendere il messaggio universale rivolto a tutta l’Umanità: esaminare gli aspetti comuni a tutte le religioni per poter superare gli antagonismi e le controversie che producono fratture irreparabili. La finalità è grandiosa e possibilista, visto che discendiamo dagli stessi avi, e diventa forte il desiderio che da millenni è nella ricerca dell’umanità: la fratellanza. Un sentimento anelato e condiviso che è costato tanto in guerre, barbarie, massacri e distruzioni, ma che non è stato mai conquistato.

Il lavoro svolto dalle Autrici è elogiabile e ammirevole per l’argomento trattato: con analisi capillare e con indagine scientifica e meticolosa hanno messo a confronto testi di diversa origine storica e religiosa per formulare tesi di validità oggettiva.

Attraverso la teologia, la filosofia, la filologia, la conoscenza del mondo antico classico, cristiano e pagano, hanno esaminato contenuti sul tema trattato operando una pertinente analisi intratestuale, intertestuale ed extratestuale. Tutto ciò evidenzia soprattutto un considerevole e specifico bagaglio culturale e una sapiente metodologia di ricerca che, unita ad una collaborazione fattiva, ha generato un prodotto di qualità.

L’Albero della Vita rappresenta una simbologia densa di significato positivo e di buon auspicio nell’immaginario comune: tante persone preferiscono possederlo e/o regalarlo come portafortuna. Nel libro le Autrici ne fanno il soggetto di un trattato che apre tanti spiragli stimolanti per una discussione culturale ad ampio raggio rivolta a lettori decisamente interessati.

È un libro da leggere con attenzione e poi il piacere subentrerà perché le Autrici, con il loro stile chiaro ed elegante, con una prosa ben organizzata nel discorso, ti consentono di sfogliare tutte le pagine e giungere alla fine con grande soddisfazione.

Complimenti per il lavoro svolto con maestria e grazie per avermi dato l’opportunità di conoscerlo.

 

A cover of a book

AI-generated content may be incorrect.

  

martedì 22 settembre 2026

Segnalazione: Simon di Ileana Secci

 


La nuova uscita di Ileana Secci: Simon, #3 della Serie Letale, disponibile dal 17 settembre 2026. 
Le scene spicy sono esplicite e numerose, adatto ad un pubblico adulto. 
Buona lettura.




SCHEDA LIBRO
Autore Ileana Secci
Titolo: Simon
Serie: Serie Letale #3
Tipologia: Romanzo autoconclusivo (terzo volume della Serie Letale; ogni volume racconta una storia d'amore diversa e può essere letto indipendentemente dagli altri, sebbene i personaggi e gli eventi siano strettamente collegati tra loro.)
Editore: Self-publishing
Store: Amazon
Pagine: 421



Trama:
Simon ha sempre saputo salvare gli altri, il problema è che nessuno le ha mai insegnato come salvare sé stessa. Medico di Pronto Soccorso, ha imparato a convivere con il dolore dei suoi pazienti, affrontando ogni giorno la sofferenza con lucidità e sangue freddo; ma nessuna esperienza avrebbe potuto prepararla a ciò che accade, quando è la sua stessa vita a sgretolarsi. La perdita della sorella Rose la trascina in un vortice di dolore dal quale sembra impossibile riemergere; una relazione che l'ha profondamente segnata continua, invece, a convincerla che l'amore sia qualcosa a cui non è destinata. È proprio quando ogni certezza sembra ormai perduta che il destino mette Cameron sul suo cammino. La sua presenza diventa un'àncora a cui aggrapparsi, ma dietro a quell'uomo, che sembra avere sempre la risposta giusta, si nascondono segreti capaci di cambiare la vita di Simon ancora una volta, costringendola a mettere in discussione tutto ciò che stava faticosamente ricostruendo.
Genere:
Contemporary Romance
Psychological Romance
Medical Romance
Emotional Romance

Tropes:
Slow Burn
Hurt/Comfort
Found Family
Broken Characters
Trauma Recovery
Healing Journey
Opposites Attract
Emotional Scars
Medical Setting
Secrets & Redemption

Temi:
Elaborazione del lutto
Salute mentale
Trauma e guarigione emotiva
Amore dopo il dolore
Famiglia e legami scelti
Fiducia
Rinascita
Perdono
Speranza

Mood:
Intenso • Emotivo • Introspettivo • Romantico • Drammatico • Coinvolgente

Ambientazione:
Boston, Massachusetts – Pronto Soccorso e contesto ospedaliero.

Spice Level
🌶🌶🌶/5
Le scene spicy sono esplicite e numerose, ma il sesso è una componente emotiva della storia che accompagna l'evoluzione dei personaggi, la costruzione della fiducia e il loro percorso di guarigione, senza mai essere fine a sé stesso.

Content Warning:
Lutto
Depressione
Ansia e attacchi di panico
Pensieri suicidari e tentato suicidio
Dipendenza da sostanze
Violenza psicologica
Perdita di una persona cara
Linguaggio esplicito
Scene di sesso esplicite

Finale:
Happy Ending

Consigliato a chi ama romance intensi e introspettivi, personaggi complessi, percorsi di rinascita, ambientazioni medical, slow burn ad alta tensione emotiva e storie in cui l'amore nasce dalla guarigione reciproca.

martedì 15 settembre 2026

Segnalazione: A PROPOSITO DI NOI di Ashley Erin

 

Una storia da leggere in vacanza o durante un fine settimana quando il tempo è
piovoso-
Buona lettura

Scheda
📚 Serie
All or nothing - vol. 1 (Autoconclusivo)

💕 Genere
Contemporary Romance
✨ Tropes
• Small town
• Friends to lovers

📖 Trama
Ventiquattro ore. Tanto è bastato perché il mio mondo crollasse.
Dopo aver perso i miei genitori in un incidente devastante, faccio ritorno nella casa della mia infanzia. Un tempo era il mio rifugio, e ora spero possa diventare di nuovo il luogo in cui guarire, rimettere insieme i pezzi e ritrovare le persone che un tempo chiamavo famiglia.
I fratelli Hyatt mi accolgono a braccia aperte, regalandomi quel senso di appartenenza che mi è sempre mancato. Quello che non avevo messo in conto, però, è Dane… e l’attrazione irresistibile che nasce tra noi.
Quando torno a far parte della sua vita, la scintilla tra noi è immediata e travolgente.
Per la prima volta dopo la tragedia, sento il mio cuore tornare a battere davvero.
Aprire il mio cuore a Dane potrebbe cambiarmi la vita.
Sono pronta ad affrontare il prezzo dell’amore?

Data di pubblicazione: 25 agosto 2026





lunedì 14 settembre 2026

In carrozza con Maria Teresa De Donato parleremo di un personaggio televisivo ... "Archie Bunker"

 

Questa sera con Maria Teresa faremmo un viaggio lungo.

MC - Dove ci porti per questa nostra chiacchierata?

MT - Questa volta, per restare in tema e goderci la giusta atmosfera, immaginiamo di essere ospitate proprio dalla famiglia Bunker di New York, al seguente indirizzo:
Hauser Street 704 - Quartiere Astoria - Queens, New York

MC - Interessante, perché proprio questa famiglia?

MT - Per uno dei personaggi televisivi statunitensi più famosi: Archie Bunker (Pronuncia “Arci Banker”) (o Archibald) e per quello che ha rappresentato, per la generazione degli anni Settanta dello scorso secolo



(L’attore Carrol O'Connor protagonista di Archie Bunker 
Foto di CBS Television, Public domain, via Wikimedia Commons)


MC – Perché hai scelto questo posto e questo aperitivo.

MT – Perché ho pensato che Edith, la moglie di Archie, una donna deliziosa e molto generosa, avrebbe avuto piacere di invitarci a cena per questa occasione. Questo sarebbe anche il modo migliore, soprattutto per te che non li conosci, per familiarizzare subito con Archie e con la sua ‘filosofia di vita’ e ‘ferrea logica’. Alla cena sarà presente tutta la famiglia, che include anche la loro unica figlia, Gloria, e suo marito Michael Stivic, detto Mike.Edith, ne sono sicura, preparerà un delizioso AperiCena a base di: 
  • Bacon wrapped smokies (= Involtini di pancetta affumicata)
  •  Mozzarella sticks (= Bastoncini di mozzarella infarinati, impanati e fritti)
  • Spinach dip bites (= Bastoncini di spinaci)
  • Sausage stuffed Jalapeño (= Jalapeño ripieni di salsiccia)
  •  Spinach puffs (= Bigné agli spinaci) 

Invece di dilungarmi nella descrizione di questi piatti, ho pensato potesse fare più piacere a chi ci segue, guardare questo breve video che ne indica direttamente la preparazione. 



Da bere, come aperitivo sono certa che Edith opterà per una bevanda non-alcolica, come il Crodino o il Tenneyson allo zenzero nero, mentre Archie per il ‘Godfather’ (= Il Padrino) a base di amaretto e scotch, oltre alla sua solita e inseparabile birra.

MC – Per cominciare dimmi perché proprio questo personaggio?

MT – Perché gli anni Settanta hanno visto grandi cambiamenti, politici e sociali, anche qui negli USA dove abbiamo assistito allo scandalo Watergate nel 1974, a seguito del quale l’allora Presidente Richard Nixon (Repubblicano) fu costretto a dimettersi, nonché al coinvolgimento nella guerra in Vietnam, iniziata nel lontano 1955, dalla quale, a causa delle forti pressioni del suo popolo, gli USA furono costretti a ritirarsi nel 1973. Fu, insomma, un decennio di cambiamenti epocali, anche qui, che coinvolsero non solo il Governo, ma anche il popolo americano, in cui ci fu una presa di coscienza e conseguente – potremmo dire – svolta a sinistra.

Archie, a suo modo, è l’emblema del conservatore che, rimanendo impantanato nelle proprie convinzioni, non si rende conto che il suo Paese sta cambiando così come sta cambiando il modo di vedere della gente che lo circonda.

MC – Cosa ti aveva colpito la prima volta che hai visto questa serie e questo personaggio in particolare?

MT – Il senso del ridicolo, ossia l’evidente dimostrazione di come una persona possa essere talmente schiava delle proprie convinzioni e del proprio BIG EGO, da non rendersi conto delle assurdità e della mancanza di logica di certi suoi pensieri e comportamenti. Al contrario, è fondamentale, per crescere ed avanzare nel proprio sviluppo personale, avere una mente aperta. Questo implica l’umiltà e il coraggio di accettare il fatto che nessuno di noi detiene la verità assoluta, ma sempre e solamente una parte di essa. Fare un’analisi introspettiva mettendo, a volte, anche in discussione il nostro sistema di credenze, può aiutarci a migliorare nella vita, in quanto è dal confronto con la diversità che progrediamo e ci arricchiamo.

MC – ... e la moglie, secondo te, era credibile come personaggio?

MT – Assolutamente sì. Edith è l’esatto contrario di Archie ed è proprio questo contrasto tra gli opposti che diventa irresistibile. Da una parte c’è Archie che è sempre certo di tutto, o meglio, delle sue personali convinzioni e la possibilità che queste possano essere solo il frutto della sua percezione e non riflettere la realtà oggettiva a lui non passa neanche per l’anticamera del cervello. Lui ha sempre ragione! Poi c’è Edith, così pura, così naive, così “svampita”, come la definisce Archie, che sembra essere sempre con la testa altrove, anche se una sua logica l’ha e a volte riesce persino a dare qualche lezione di vita al marito... per poi tornare ad immergersi di nuovo nel suo mondo puro e incontaminato...

MC – Continuiamo a parlare del protagonista, ti va di dirci come nasce questo personaggio?

MT – Archibald, "Archie" Bunker, è un personaggio immaginario della sitcom televisiva americana degli anni '70 "Tutto in famiglia", successivamente intitolata "Il posto di Archie Bunker", interpretato dall’attore Carroll O'Connor. Archie è uno dei personaggi principali della serie. "Tutto in famiglia" debuttò il 12 gennaio 1971 e successivamente, nel 1979, la serie fu rinominata "Il posto di Archie Bunker" e terminò definitivamente nel 1983.

Archie, come personaggio, fu creato dal famoso scrittore e sceneggiatore americano Norman Lear, nato nel 1922 e morto nel 2023. Norman ammise che, per la creazione di tale personaggio, si era ispirato a suo padre Herman Lear.

MC – Quali sono alcuni episodi particolarmente significativi in cui emerge la vera natura di questo personaggio?

MT – La vera natura di Archie si manifesta in ogni singolo episodio. I suoi cliché e pregiudizi abbracciano qualsiasi area della vita e qualunque persona che non sia bianca, nata negli USA e repubblicana di credo politico.

Particolarmente interessanti e altrettanto divertenti sono gli scontri che Archie ha non solo con Mike, ma soprattutto con il suo vicino di casa, Mr. Jefferson, nero. L’espressione ‘di colore’ non è né riconosciuta né tantomeno apprezzata dalla popolazione nera americana di oggi che si definisce o “nera” (= Black) oppure “americana-africana” (ossia African-American) piuttosto che “di colore”, ossia “coloured”. Quest’ultima classifica rappresenta per loro di fatto un insulto, così come un grave insulto, perseguibile da anni civilmente e penalmente, è l’aggettivo o sostantivo “negro” se usato da una persona non nera. Benché durante gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza di Archie l’espressione “di colore” fosse ancora ‘politicamente corretta’, negli anni Settanta, durante la messa in onda della serie, stava diventando sempre più obsoleta perché ritenuta offensiva.

Mentre qualsiasi discorso tra il Sig. Jefferson e Archie finisca più o meno in una solenne litigata, il figlio di Jefferson, Lionel, (pronuncia Laionel) risponde ad Archie seguendo la logica di quest’ultimo. Di conseguenza, invece di scontrarsi con Archie, Lionel viene apprezzato e persino stimato da lui come ragazzo intelligente ed educato.

Lionel, che è anche amico di Mike e Gloria, spesso porta ai Bunker i loro abiti puliti e stirati dalla tintoria a secco di proprietà della sua famiglia. In una di queste occasioni, trovando Archie in casa che lo saluta e gli chiede come stia, Lionel gli risponde gentilmente che vorrebbe avere più tempo per fare un po’ di esercizio fisico.

La conversazione, più o meno, va così:

Archie: 
“Lionel, perché non vai a correre la mattina presto?”
Lionel: 
“Sig. Bunker, io inizio a lavorare alle 6:30. Cosa penserebbe se la mattina alle 5:30 vedesse correre un nero nel quartiere?”
Implicando che un tipo come Archie potrebbe pensare che, trattandosi di un nero, e correndo a quell’ora, lo faccia in quanto inseguito dalla Polizia perché potrebbe aver compiuto di sicuro qualche reato. Il questo modo Lionel interpreta e dà voce a quello che è il pensiero di Archie, cogliendolo in pieno e, infatti, Archie risponde convinto:
“Hai ragione, Lionel, non è affatto una buona idea.”

Naturalmente l’unico a non capire che Lionel ha risposto in maniera umoristica per prendersi gioco di lui è Archie, mentre Mike e Gloria guardano frustrati della risposta di Archie Lionel, che invece sorridendo strizza loro l’occhio.

Archie è anche famoso per i suoi frequenti malapropismi e spoonerismi (ossia l’uso improprio di parole che somigliano a quelle che si vorrebbero in realtà dire).

Così, dunque, si riferisce:
  • al ginecologo di Edith come a un "ingroinacologo"
  • ai preti cattolici che vanno in giro a cospargere di "incesto" (incenso) i fedeli, mentre lui definisce l'incesto stesso come "commettere 'insetti' in famiglia".
A partire dalla seconda stagione della serie, questi termini iniziarono a essere identificati come "Bunkerismi", "Archie Bunkerismi" o semplicemente "Archie-ismi".

MC – Ti va di spiegare cosa significano questi termini, magari non tutti li conoscono.

MT – Questi termini hanno lo stesso significato e valenza di ciò che abbiamo menzionato nella nostra precedente intervista in cui abbiamo presentato Fantozzi. “Bunkerismi – Archie Bunkerismi o Archie-ismi” sono l’equivalente dell’espressione “fantozziano”, applicati ad Archie, alle sue citazioni, battute, uso improprio delle parole, modi di ragionare e conseguenti comportamenti.

MC – Secondo te perché questo personaggio è così amato dal pubblico?

MT – Archie è il simbolo per eccellenza del veterano americano repubblicano dell’America degli anni Settanta. È fondamentalmente una brava persona, “un padre di famiglia”, devoto alla moglie Edith e alla loro unica figlia, Gloria per l’appunto. Al tempo stesso, ciò che rende particolarmente divertente questo personaggio sono:
  • le sue continue battute che rivelano il suo bigottismo e la sua chiusura mentale al resto del mondo, che creano tensione e si scontrano puntualmente con le vedute dei suoi parenti, vicini di casa, colleghi e presunti amici
  • il fatto che le battute ironiche o persino sarcastiche che gli altri danno in risposta alle sue affermazioni, spesso prive di senso e che non riflettono la realtà ma sono espressione solo di una sua percezione, Archie non le capisce e, puntualmente, pensa di essere stato talmente bravo da convincere gli altri di avere ragione.

Uno dei principali protagonisti di questi scontri con Archie è proprio suo genero, Michael, detto Mike, che benché nato a Chicago, in Illinois, quindi cittadino americano da sempre, Archie si ostina a chiamare “stupido polacco”, essendo di etnia polacca, e “testa d’abbacchio”, perché oltre a non condividere praticamente alcuno dei suoi pensieri, Mike è democratico, ossia di sinistra e, al contrario di Archie, è laureato. 
(Prima di passare alla domanda successiva, e astenendomi da qualsiasi giudizio politico, vorrei fare una precisazione. Benché questa sitcom sia stata usata anche per scopi politici nel dibattito tra democratici e repubblicani, io penso che l’essere bigotti non dipenda necessariamente dalla corrente politica che si segue o dall’affiliazione religiosa, ma piuttosto da una propria forma mentis, il che significa che chiunque, di fatto, potrebbe dimostrare di esserlo.)

Archie, da ragazzo, per aiutare la sua famiglia, aveva dovuto rinunciare agli studi accademici. Questi due fattori, ossia il non aver frequentato l’università e l’opposta veduta politica, secondo Edith rappresentano la causa principale del risentimento che Archie ha nei confronti del genero. Mike, comunque, malgrado venga continuamente punzecchiato, ridicolizzato e, a volte, persino insultato, risponde sempre educatamente scontrandosi con il suocero solo a livello intellettuale e mai a livello personale, usando la logica ed essendo pragmatico. Archie, che intellettualmente e culturalmente non raggiunge i livelli di Mike, puntualmente si ritrova ad essere ‘sconfitto’ da Mike e a reagire aggredendolo a livello personale.

Questa situazione fornisce un continuo spunto per un dibattito – e nel caso di Archie – vero e proprio scontro politico e sociale qualunque sia l’argomento oggetto della conversazione.

Un altro dettaglio, presente in quasi tutti gli episodi, è l’ossessione di Archie per la SUA poltrona su cui, quando lui è in casa, nessun altro deve osare sedersi a meno che non voglia diventare bersaglio delle sue invettive.

MC – Chi rappresenta esattamente Archie?

MT – Come ho già detto, Archie rappresenta il tipico veterano americano repubblicano dell’America degli anni Settanta, fermo nelle sue convinzioni e che non è disposto al confronto, né a negoziare, perché parte dal presupposto che la sua veduta delle cose sia sempre quella giusta.

Ha un atteggiamento intollerante nei confronti di chiunque non sia repubblicano come lui e altrettanto bianco. Di fatto, quindi, ha da ridire su tutto e su tutti: neri, ispanici, "comunisti", massoni, gay, donne, hippy, ebrei, asiatici, cattolici, "femministe" e polacco-americani. Tutte queste categorie diventano facilmente suoi bersagli.

Il problema principale di Archie è la sua incapacità di affrontare un mondo che sta cambiando sotto i suoi occhi. Non essendone consapevole e non sapendo cosa fare, finisce puntualmente con il perdere la pazienza, arrabbiandosi e cercando un colpevole invece di auto analizzarsi e capire di essere lui la radice dei suoi problemi.

Da notare, tuttavia, che Archie non è né cattivo né malizioso. Le sue debolezze, i suoi pregiudizi e conseguenti atteggiamenti di intolleranza sono piuttosto il risultato dell'epoca e dell'ambiente in cui è cresciuto ed è stato educato. Dimostra, infatti, malgrado i suoi limiti, di essere un padre affettuoso e un marito fedele, un uomo perbene, insomma, anche se, tuttavia, a volte è irascibile e altre si prende gioco di sua moglie Edith, facendola girare come un trottola, soprattutto quando si avvicina l’ora della cena e Edith, chiacchierando con lui, non ha ancora apparecchiato la tavola. Edith, dal canto suo, è una donna che, pur non brillando d’intelligenza né di cultura, lo adora e fa di tutto per renderlo felice e non farlo arrabbiare. Per la sua natura semplice, dolce, educata, mite, compassionevole, empatica, premurosa e altruista, al contrario di Archie, Edith è amata da tutti.

MC – Che lezione possiamo trarne dal personaggio Archie Bunker?

MT – La lezione più grande che possiamo trarne riguarda il bisogno di vivere la vita in piena consapevolezza. Molto spesso la soluzione ai problemi che abbiamo è sotto i nostri occhi in quanto la loro vera causa siamo noi stessi. Una volta che ci rendiamo conto di questo e cambiamo il nostro comportamento, molti problemi semplicemente svaniscono.

MC – Secondo te, un personaggio così o simile sarebbe possibile in una serie Tv americana di oggi?

MT – No, non credo in quanto i tempi sono cambiati, peggiorati sarebbe più corretto dire, e in quest’ultimo decennio si è arrivati ad un punto tale di intolleranza da non lasciare spazio al confronto. Laddove una volta si accettava l’incontro-scontro tra opinioni rispettando la diversità e, pur non condividendola, si dibatteva in modo educato e civile, oggi, triste a dirsi, tutto ciò non esiste più, ma si è sfociati nella violenza, come le notizie di ogni giorno continuano a ricordarci.

MC – Prepariamoci a scendere, la prossima fermata è la nostra.



All in the Family, cast 1976
Carroll O'Connor (Archie Bunker)
Jean Stapleton (Edith Bunker)
Sally Struthers (Gloria Bunker Stivic)
Robert Reiner (Michael, “Mike”, Stivic)
Foto di CBS Television, Public domain, via Wikimedia Commons


giovedì 10 settembre 2026

Pomodori verdi fritti alla fermata del treno: perché è un cult




 

Pomodori verdi fritti alla fermata del treno ha una qualità che si riconosce soprattutto dopo la visione: lascia compagnia. Non rimane impresso perché possieda una scena spettacolare o perché cerchi continuamente di sorprendere, ma perché crea un mondo nel quale, per qualche ora, si ha realmente voglia di restare. Quando finisce, non si pensa soltanto a ciò che si è visto; rimane addosso un'atmosfera fatta di calore, ironia, malinconia e affetto che è molto più difficile da costruire di qualsiasi grande colpo di scena.

È proprio questo uno dei motivi per cui il film ha conquistato nel tempo lo status di cult. Possiede una personalità che non ha bisogno di essere spiegata o sottolineata. Il piccolo universo di Whistle Stop ha un sapore preciso, quasi fisico: il caldo, il legno, il cibo, la ferrovia, le voci, quella sensazione di comunità in cui tutti sembrano conoscere qualcosa degli altri. Non è un'ambientazione graziosa messa lì per rendere il film più nostalgico, ma una presenza che contribuisce profondamente al suo fascino. Basta ricordarne qualche immagine per ritrovare immediatamente il tono dell'intera pellicola.

A renderlo speciale sono soprattutto le donne che lo abitano. Il film dà loro spazio senza trasformarle in simboli da ammirare e senza obbligarle a essere sempre forti, sagge o irreprensibili. Hanno caratteri difficili, paure, slanci, rabbia, ironia e contraddizioni, proprio come accade alle persone vere. Questa libertà rende le interpretazioni incredibilmente vive e permette allo spettatore di affezionarsi senza sentirsi manipolato.

Kathy Bates è uno dei piaceri maggiori della visione. Riesce a passare dal comico al doloroso senza cambiare personaggio, perché entrambe le cose sembrano provenire dallo stesso punto. Il suo volto può raccontare frustrazione, entusiasmo, imbarazzo e una rabbia quasi liberatoria nel giro di pochissimo, mantenendo sempre una naturalezza straordinaria. Jessica Tandy possiede invece un calore che non diventa mai melenso, mentre Mary Stuart Masterson e Mary-Louise Parker danno al film due energie diversissime e perfettamente complementari. Il risultato è un gruppo di personaggi che non sembra costruito per sostenere una tesi, ma semplicemente per vivere.

Anche il modo in cui il film parla dei legami contribuisce alla sua forza. L'amore, l'amicizia, la fedeltà e il bisogno di sentirsi riconosciuti non vengono separati in compartimenti ordinati. Le relazioni contano perché danno forma all'identità delle persone, perché possono proteggerle, ferirle, restituire loro coraggio oppure diventare il luogo nel quale finalmente smettono di sentirsi sole. È un modo molto più interessante di parlare dei sentimenti rispetto a quello di tanti film che li riducono alla sola storia romantica.

La pellicola riesce inoltre in qualcosa di particolarmente difficile: essere sentimentale senza diventare stucchevole. L'emozione è forte, ma viene continuamente attraversata dall'ironia, dalla rabbia e perfino da una certa dose di irriverenza. Il film sa che la vita può essere dolorosa e assurda nello stesso pomeriggio e non sente il bisogno di scegliere un'unica tonalità. È possibile sorridere sinceramente e poco dopo sentire un nodo alla gola senza avere la sensazione che qualcuno stia premendo deliberatamente il pulsante della commozione.

Proprio questa mescolanza rende Pomodori verdi fritti un film molto piacevole da rivedere. Alla prima visione può conquistare per l'energia dei personaggi e per l'atmosfera; tornando a guardarlo, emergono sfumature diverse, perché cambia anche ciò che portiamo noi davanti allo schermo. Una battuta che da giovani sembrava semplicemente divertente può acquistare un significato diverso molti anni dopo, così come certi sentimenti diventano più comprensibili quando abbiamo vissuto abbastanza da riconoscerli.

Non significa che il film sia perfetto. Alcuni aspetti appartengono chiaramente all'epoca in cui è stato realizzato e oggi possono essere osservati con uno sguardo più critico. Eppure questa imperfezione non distrugge ciò che continua a funzionare. Un cult non è necessariamente un'opera senza difetti; molto più spesso è un film capace di sopravvivere ai propri anni perché conserva qualcosa che continua a parlare agli spettatori.

Pomodori verdi fritti alla fermata del treno riesce ancora a farlo perché non vende una vita perfetta e non offre formule semplici. Parla di persone che cercano un posto nel mondo, della necessità di essere viste davvero, della forza che può nascere dai rapporti e del modo in cui certe presenze continuano ad accompagnarci anche quando il tempo le ha allontanate.

È un film da vedere almeno una volta non per poter dire di conoscere un classico degli anni Novanta, ma per scoprire se Whistle Stop riesce a fare anche con noi quello che ha fatto con generazioni di spettatori: trasformarsi, senza troppo rumore, in un luogo cinematografico al quale viene voglia di tornare.


mercoledì 9 settembre 2026

Anelli Mancanti, di Maria Teresa De Donato



Recensione della Prof.ssa Elisabetta Fioritti

Leggere questo romanzo equivale ad un viaggio nel tempo e nello spazio.

L’autrice con grande capacità descrittiva racconta la storia della sua famiglia, sempre dal punto di vista della propria evoluzione e crescita personale. Lo studio delle sue origini, il racconto delle sorti dei numerosi personaggi che fanno da cornice e da sfondo al romanzo, costituiscono l’ossatura dell’evolversi della sua esistenza. Ogni piccolo episodio si inserisce perfettamente in un mosaico della memoria storica, costruendo un substrato intellettuale per le scelte della protagonista.

Gli stimoli culturali e artistici ricevuti dall’infanzia, grazie all’ottima preparazione culturale dei suoi familiari, rendono possibile e anche stimolante la ricerca fatta dall’autrice, per colmare i salti della memoria, quegli anelli mancanti, appunto, che spiegano e giustificano le inclinazioni, le scelte, ma anche le mancanze, il dolore dei rapporti con i genitori. Quest’ultimo, infine, è sempre il nodo cruciale, quello da sciogliere, per tutti, nel corso della vita.

Ai genitori non perdoniamo nulla, di loro non dimentichiamo nulla, perché sono il nostro specchio, sono la pianta da cui proveniamo, sono una parte di noi stessi. Solo la saggezza dell’età e dell’esperienza può, a volte, farci riappacificare con la loro umana fragilità. E questo accade alla nostra protagonista, che infine accoglie dentro di sé i grandi insegnamenti che le sono stati regalati, gli strumenti di crescita, l’amore di una splendida variegata famiglia, ricca di talenti artistici, culturali, imprenditoriali. Lo studio di ricerca genealogica e storica profonda che risalta tra le pagine, suggerisce una risposta all’eterna domanda dell’essere umano, sul Caso, sulla predestinazione, sul Libero arbitrio.

Un bel romanzo storico autobiografico, permeato di colori, un affresco nel tempo, un racconto pieno di amore e di orgoglio per le proprie origini.

Complimenti all’autrice!
  

martedì 8 settembre 2026

Segnalazione: La principessa del malvagio Di Abby McCormick

 


Il 18 settembre esce “La principessa del malvagio” una novella romantasy breve ma intensa di un’autrice americana che si affaccia per la prima volta sul mercato italiano. La si può definire una versione dark fantasy della Bella Addormentata, con diversi colpi di scena che tengono con il fiato sospeso fino alla fine.
Buona lettura.





Scheda libro

Titolo: La principessa del malvagio (titolo originale: The Villain’s Princess)
Autore: Abby McCormick
Traduttore: Isabella Nanni
Genere: Romantasy 
Prezzo ebook: € 2,99 – disponibile anche in Kindle Unlimited 
Prezzo cartaceo: da definire
Data pubblicazione: 18 settembre 2026
Serie: Cronache Di Un Regno Infranto
Link di acquisto Amazon:


Come ha fatto il mio affascinante principe a diventare così oscuro?
A Porto d’Argento, Gareth, il re stregone, controlla i morti, mentre una principessa maledetta si risveglia e il magnanimo principe Julian si ritrova coinvolto in un intricato triangolo amoroso in cui si intrecciano amore, potere e forze sovrannaturali. “La principessa del malvagio” reinterpreta le fiabe classiche, sfumando i confini tra bene e male.
Riuscirà Theodora a superare il suo passato tormentato, la magia nera e i suoi problemi di salute mentale in una sinfonia oscura con il comandante in capo dei non morti?

Estratto
«Chi ti ha mandata, impostora?» le chiese Gareth per la terza volta.
Il cuore di Theodora oscillava tra la gioia di rivedere il suo antico amore e l’angoscia di assistere ancora una volta all’oscurità che lo aveva consumato.
Il profondo disgusto che lui provava nei suoi confronti era tangibile, lo si poteva vedere anche in assenza di luce. Era chiaro come il sole nella fiera intensità dei suoi occhi, in cui ardeva un astio feroce. In piedi davanti alla porta della sua cella, con le braccia incrociate sul petto, emanava un’aura di disprezzo.
Che cosa aveva mai fatto per meritarsi un odio così profondo da parte sua? Il peso della confusione e del dolore le gravava sul cuore. Che cos’era cambiato da quando lui le aveva professato il suo amore, promettendole di amarla per sempre?
Non riusciva a ricordare molto della loro prima notte di nozze. Era una nebbia grigia e confusa che le pervadeva i sensi. Anche il valzer orchestrale che aveva accompagnato il loro primo ballo da marito e moglie era lontano, nebuloso. Qual era la canzone?
Non riusciva a ricordarsene.
Non riusciva a ricordare quasi nulla di quella notte. Lo aveva fatto arrabbiare? Era stato lui il motivo per cui si era svegliata da sola? Le aveva fatto del male?
No.
Lui l’aveva amata.
Almeno questo lo ricordava.
Il netto contrasto tra quei giorni e il presente la lasciava alle prese con domande senza risposta a struggersi per l’amore perduto e le promesse che sembravano essere svanite nell’abisso insieme a tutto il resto.
Strinse involontariamente la mano attorno al pugnale che le aveva dato Ruth, un duro promemoria del pericolo che stava affrontando. Le premeva contro il ventre in preda all’agitazione, la sua ansia rispecchiava il tumulto che le ribolliva dentro.
Almeno le guardie le davano da mangiare e da bere. Per quanto a malapena. Si era nascosta un pezzo di pane nel vestito, temendo che si dimenticassero di lei.
Lanciò un’occhiata alle ossa del morto nell’ombra della sua cella, mentre un’altra lacrima minacciava di fuoriuscire. Chi era stato? Qual era stato il suo crimine?
Lei sarebbe stata la prossima?
«Guardami quando ti parlo!» le urlò Gareth.
Le sfuggì un singhiozzo e si mise a tremare lanciandogli uno sguardo spaventato, temendo di provocare ulteriormente la sua ira.
Questa scena la riportava alla sua infanzia.
Era ancora peggio che fosse lui. Perché non poteva essere uno sconosciuto?
Perché doveva essere proprio l’uomo che amava?
«Sei fortunata che non si muove» disse lui con voce fredda, guardando lo scheletro. «Immagina di fissare le cavità vuote dove un tempo c’erano i suoi occhi mentre ti soffoca, aspettando che tu lo raggiunga.»
«Puoi... farglielo fare?»
Il suo volto si indurì. La guardò dritto negli occhi.
«Dimmi chi ti ha mandata e ti libererò.»
«Non mi ha mandata nessuno» disse lei a bassa voce.
«Vuoi morire qui dentro? So che uno dei miei nemici deve aver saputo di Theodora. Vogliono farmi saltare i nervi. Indebolirmi. Dimmi per chi lavori e non solo ti libererò, ma ti darò ricchezze che vanno oltre ogni tuo più grande desiderio.»
«Volevo solo stare con te» disse lei con un filo di voce. «Non mi ha mandata nessuno. Questa è casa mia.»
Lui ringhiò e sbatté il braccio contro le sbarre di metallo, producendo un rimbombo che le echeggiò nelle ossa stanche.
«Giuro che non mangerai finché non mi avrai risposto» dichiarò lui, voltandosi con ferrea determinazione.
La porta si chiuse con un tonfo, intrappolandola nella cella fredda e spoglia. Nuove lacrime le rigarono il viso.
Grata per la sua lungimiranza, si aggrappò al prezioso pezzo di pane che aveva tenuto nascosto, rendendosi conto che poteva essere il suo unico sostentamento fino a quando non avesse trovato un modo per liberarsi da quel tormento.
Forse avrebbe dovuto rivolgere il coltello contro sé stessa…
 

Biografia autrice 
Abby McCormick è un'autrice nota per la sua propensione a creare storie cupe e profonde che esplorano le profondità degli amori proibiti e delle relazioni non convenzionali.
Ad Abby piace pensare di essere la mamma di tanti figli. Ha un coniglietto domestico, troppe piante, ma solo un figlio umano. Spera di poter accogliere e adottare altri bambini per soddisfare il suo istinto materno.
Vivendo in un mondo di gattini e arcobaleni, come dice suo marito, cerca di vedere il lato positivo della vita, anche se a volte può essere difficile. Scrivere le offre un modo per mettere in luce la parte più importante della vita: l’amore.
I suoi libri, pur spaziando tra diversi microgeneri, esplorano storie di amori proibiti. Abby crede che l’amore possa trionfare nonostante le sfide poste da circostanze difficili, tabù sociali e barriere culturali, dimostrando che a volte il nostro cuore trova conforto nei luoghi più inaspettati.

Biografia traduttrice:
Isabella Nanni si è laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne ed è iscritta al Ruolo Periti ed Esperti per la categoria Traduttori e Interpreti. Le sue lingue di lavoro sono Inglese, Tedesco e Spagnolo, da cui traduce verso l’italiano, lingua madre. A gennaio 2019 è risultata vincitrice ex aequo del concorso di traduzione de “La Bottega Dei Traduttori”. Dopo un MBA da diversi anni è libera professionista e si occupa di traduzioni, sia editoriali che tecniche. È inoltre consulente commerciale per editori di testate trade. Ha tradotto sia romance contemporanei che storici per varie autrici tra cui Jess Michaels, Tess Thompson, Crystal Kaswell, Jill Barnett e Judith Keim.
Coltiva rose di tutti i colori e con una vita di riserva studierebbe arabo, cinese e russo. Non potendo, si affida ai colleghi traduttori per allargare i suoi confini culturali.

lunedì 7 settembre 2026

In carrozza con Ilaria Vecchietti per parlare della mitologia giapponese (1)



Oggi prenderemo il treno per il Giappone per parlare un po’ della sua mitologia.

MC – Al «Paese delle Otto Grandi Isole» si aggiunsero poi altre sei isole minori… così fu creata la divina terra di Yamato, il Giappone. Giusto? Ti andrebbe di parlarci un po’ di queste isole?

I – Esatto, si parla proprio delle isole che compongono il Giappone. Le otto Grandi Isole sono:
  • L'isola di Awaji-no-ho-no-sa-wake [Awaji];
  • L'isola di Ō-ya-shima-kuni [lo Shikoku];
  • L'arcipelago di Oki-no-mitsuko [le tre isole Chiburi, Nishi, Naka];
  • L'isola di Tsukushi [il Kyūshū];
  • L'isola di Iki;
  • L'isola di Ame-no-sa-te-yori-hime [l'isola di Tsushima];
  • L'isola di Sadō;
  • L'isola di Ō-Yamato-toyo-akitsu [l'Honshū].
MC - Interessante è notare che, per un qualche motivo, Hokkaidō, Chishima, Karafuto e Okinawa non facevano parte del Giappone nell'antichità.

I - Infatti oggi sono cinque le “grandi isole” e il Giappone è un arcipelago di 14125 isole. Otto semmai possono essere considerate le regioni.

MC – C’è un legame tra queste isole e Kami?

I – Ogni isola dovrebbe corrispondere a un Kami. Non so bene identificarli perché ci sono poche fonti, e spesso in giapponese.

MC – Conosci qualche leggenda legata ai Kami maschili e femminili?

I – Posso parlare dello Yomi, la terra dei morti, visitata da Izanagi dopo la scomparsa della sua metà femminile. Qui il Kami riscontrò poche differenze rispetto al mondo normale. L’oltretomba era solo caratterizzato da una perenne oscurità. Trovata Izanami, ma non potendola riportare in vita, Izanagi decise di non darle retta e tentare lo stesso di salvarla. Dopo averle illuminato il volto, però, si rese conto dello stato di decomposizione del suo corpo, scappando. La moglie offesa prese a seguirlo assieme a delle shikome, le arpie incaricate di intrappolarlo nel regno dei morti. Grazie a una serie di escamotage, Izanagi riuscì a tornare all’entrata dello Yomi e a chiudere la porta con un grosso masso. La moglie lo minacciò dicendo che avrebbe ucciso mille persone al giorno per vendetta e lui rispose che, al contrario, ne avrebbe fatte nascere altrettante, dando così il via al ciclo di vita e morte che domina il mondo.

MC – Nel Giappone moderno che rapporto c’è con le tradizioni, i Kami e la loro religione?

I – Nonostante il Giappone sia una nazione proiettata sempre di più verso un futuro tecnologico e occidentalizzato, la religione e i Kami trovano ancora posto nel quotidiano e nel loro folklore, infatti i giapponesi sono molto legati alle tradizioni.

MC – Che tipo di religione troviamo in Giappone?

I – Le religioni maggiormente diffuse in Giappone sono lo shintoismo e il buddhismo. Possiamo dire che lo shintoismo è la religione autoctona; il buddhismo arrivò in Giappone nei primi anni del VI secolo.

MC – Secondo te, come mai queste due tipo di religioni hanno avuto più successo di altri in questa isola?

I – Non ho certezze, ma essendo un’isola (o meglio più isole) e trovandosi all’estremo oriente, ci sono stati pochi contatti con le altre popolazioni, così non hanno influenzato il loro mondo.

MC – Ti va di parlarci un po’ di più della religione Shintoismo?

I – È una religione di natura politeista e animista, con tratti sciamanici. Come abbiamo già detto, prevede l'adorazione dei "Kami". La vita dopo la morte non è una preoccupazione, infatti mira piuttosto a trovare l'armonia durante la vita terrena, infatti non possiede dogmi vincolanti. Piuttosto è un insieme di rituali e metodi, intesi a mediare le relazioni tra gli esseri umani e i Kami, una caratteristica semplice ed efficace, che gli ha consentono di sopravvivere, facendone una religione importante e millenaria. Lo Shintoismo presenta un'infinità di insegnamenti positivi, che nascono anche come conseguenze dei suoi precetti fondamentali. Una prima regola etica è la disponibilità verso gli altri. Insegna che l'uomo deve sempre offrirsi per aiutare il prossimo, caritatevolmente, sinceramente e amorevolmente, per mantenere l'armonia e il benessere nella società. Insegna il contenimento dell'egoismo e dell'egocentrismo, promuovendo l'umiltà.

Quattro Affermazioni che esprimono tutto lo spirito etico di questa religione:
  • La famiglia è il nucleo principale della vita di una persona, è il gruppo in cui e attraverso cui una persona cresce, e da cui eredita un approccio e una visione del mondo ben precisi. Di conseguenza a questa grande importanza, il nucleo familiare è un fondamento necessario al benessere dell'individuo, e come tale va tutelato ed in particolare mantenuto armonico.
  • La natura è sacra, in quanto espressione del divino; conservare un contatto con essa comporta il raggiungimento della completezza e della felicità, e significa mantenersi vicino ai kami. Come tale la natura va rispettata, venerata e soprattutto tutelata, poiché è da essa che deriva l'equilibrio della vita.
  • La pulizia è un componente essenziale dello Shintoismo, pulizia consente purezza, e la purezza è una delle massime virtù. La pulizia è essenziale per condurre una vita armoniosa: il fedele shintoista ne fa largo uso, sia su sé stesso che negli ambienti in cui vive; i templi shintoisti vengono tenuti sempre impeccabilmente puliti dai sacerdoti.
  • I matsuri sono i festival dedicati ai kami. In questi giorni il fedele shintoista prega nei templi, o nella propria casa. Per festeggiare le divinità, vengono allestiti feste, processioni e banchetti. I matsuri vengono organizzati dai templi o dalle comunità. Queste feste sono parecchie durante l'anno e vanno da quelle più importanti e nazionali a quelle dei piccoli paesi. I giorni normali sono chiamati ke ("giorno") e quelli di festa sono detti hare ("soleggiato" o semplicemente "buono").
MC – Ci sono tradizioni legate a questa religione particolari?

I – Come appena detto sopra ci sono i Matsuri: le feste shintoiste legate ai Kami. Ce ne sono diverse per le varie città. Una delle principali caratteristiche sono le processioni, le quali partono dai vari jinja (神社) per poi attraversare la città trasportando la statua del Kami del santuario locale grazie a particolari portantine chiamate mikoshi (神輿). È l'unico momento dell'anno in cui il Kami lascia il santuario per essere portato in giro per la città.

MC – Cosa vuoi aggiungere?

I – Penso che abbiamo detto tutto, ma se hai ancora domande o ne hanno i tuoi lettori, sono qui.

MC – Certo, se i viaggiatori che ci accompagnano vogliono sapere qualcosa... sono i benvenuti.

I – Non aspetto altro.

MC - Magari più avanti potremo parlare di altre cose, come le processioni. Per adesso non mi rimane che ringraziarti e.... Non siate timidi nel chiedere, viaggiatori.