giovedì 1 ottobre 2026

Tutti gli uomini del presidente, quando il cinema ti fa venire voglia di non abbassare la testa

 


Che goduria, un film capace di tenerti inchiodato davanti a due persone che cercano una risposta, mentre tu conosci già l’esito della vicenda e dovresti potertene stare tranquillo sul divano. E invece ti ritrovi ad aspettare che qualcuno risponda al telefono, a sperare che una porta rimanga aperta ancora qualche secondo, a detestare chi liquida una domanda con quella sufficienza che conosciamo fin troppo bene, quella di chi pensa di potersi permettere di non darti spiegazioni. Tutti gli uomini del presidente ti prende così, facendoti entrare in un’inchiesta fino al punto in cui vorresti allungare una mano dentro lo schermo e impedire a un interlocutore di riagganciare, perché senti che qualcosa sta per cedere e ormai quella risposta la vuoi anche tu.


Del Watergate possiamo conoscere i fatti, aver letto pagine intere e sapere benissimo dove porterà il lavoro dei giornalisti del Washington Post, ma Alan J. Pakula riesce a restituirci l’incertezza di chi quella storia la sta attraversando senza sapere se riuscirà a venirne a capo. Guardando il suo film del 1976, viene voglia di mandare al diavolo chiunque confonda la pazienza con la mancanza di ritmo, perché qui basta una persona che esita prima di parlare per farti tendere ogni muscolo. Dentro quell’esitazione avverti la paura di perdere il lavoro, di mettersi contro qualcuno, di ritrovarsi soli dopo aver aperto bocca, e improvvisamente comprendi quanto possa costare una frase che, stampata su un giornale, leggeremmo in pochi secondi.

Poi ci sono Robert Redford e Dustin Hoffman, e guardarli insieme è uno di quei piaceri per cui vale la pena amare il cinema. Nei panni di Bob Woodward e Carl Bernstein riescono a farti dimenticare la loro celebrità mentre si interrompono, si osservano, si contendono lo spazio e imparano a lavorare insieme, con quell’intesa imperfetta che rende credibili due persone molto più di qualsiasi amicizia scritta per conquistarci. Redford ha una concentrazione che ti porta a seguire ogni suo ragionamento, mentre Hoffman sembra avere sempre addosso l’impazienza di chi deve provare ancora, infilarsi in una conversazione, trovare un altro accesso. Ti affezioni al loro modo di stare dentro il lavoro, e quando qualcosa si inceppa provi quel nervoso affettuoso che riservi a qualcuno per cui fai il tifo sul serio.

La cosa che conquista è quanto il film sappia rendere desiderabile una conquista minuscola, una conferma arrivata dopo una giornata inconcludente, un dettaglio che finalmente trova posto. Quante volte, nella vita, la fatica rimane invisibile e agli altri arriva soltanto il risultato, magari accompagnato dall’impressione che ottenerlo fosse semplice; qui quella fatica occupa lo schermo e acquista un valore enorme, perché la senti accumularsi nelle telefonate, nei tentativi andati a vuoto, nella necessità di ricominciare quando pensavi di avere già qualcosa in mano. Finisci per condividere una soddisfazione che ha dentro anche la stanchezza, e proprio per questo dà un piacere pieno, guadagnato fino in fondo.


Pakula, però, sa anche stringerti lo stomaco, e quando accompagna Woodward nel buio del parcheggio sotterraneo viene meno perfino quella relativa sicurezza che la redazione sembrava offrire. Ti accorgi di quanto sia esposto un uomo che fino a poco prima guardavi prendere appunti, di quanto poco basti perché la curiosità diventi paura. Il potere, da lontano, può sembrare una parola buona per riempire un dibattito; dentro questo film lo senti nella voce di chi misura ogni risposta, nel disagio di chi vorrebbe aiutare ma deve continuare a vivere anche il giorno dopo. È un’angoscia che resta addosso perché riesci a comprenderla, e rende ancora più prezioso il coraggio di chi trova il modo di parlare.


Anche per questo emoziona vedere quanto seriamente venga trattata ogni parola destinata alla pubblicazione. Quando arriva il momento di dimostrare ciò che si sostiene, l’entusiasmo deve reggere alle domande più scomode, comprese quelle di chi lavora dalla stessa parte della scrivania, e Jason Robards dà a Ben Bradlee un’autorevolezza che riempie la scena. Lo guardi e senti il peso di un giornale che sta mettendo in gioco la propria credibilità, insieme alla consapevolezza che sostenere quei due giornalisti significa pretendere da loro un lavoro all’altezza. Quanto è bello un film che riesce a farti appassionare persino a questa severità, a farti capire perché una verifica in più possa valere più dell’euforia di essere arrivati per primi.


Definirlo un cult viene naturale, ma sarebbe un peccato avvicinarsi a Tutti gli uomini del presidente con la deferenza un po’ svogliata riservata ai titoli che bisogna aver visto per farsi una cultura cinematografica. Questo è un film da godersi con tutta l’attenzione che merita, lasciandosi prendere dalla rabbia, dall’ansia e da quella fiducia ostinata che cresce mentre due uomini continuano a cercare, pur avendo ottimi motivi per sentirsi piccoli. La sua forza arriva fino a noi perché conosciamo la tentazione di lasciar perdere, soprattutto davanti a qualcuno che dispone di più autorità, più protezioni e più possibilità di farsi credere.


E allora sì, va visto almeno una volta nella vita, per provare l’emozione di stare accanto a chi insiste quando tutto sembra suggerirgli di tornarsene a casa. Redford e Hoffman chini sul loro lavoro hanno una grandezza che si sente senza bisogno di un discorso solenne, mentre il rumore dei tasti accompagna una sfida nella quale ormai siamo coinvolti anche noi. Alla fine resta quella voglia bellissima e un po’ furiosa di non concedere sempre l’ultima parola a chi è abituato ad averla, e viene da amare il cinema ancora di più, perché per oltre due ore ci ha fatto sentire quanto coraggio possa esserci nel chiedere una spiegazione e rimanere lì ad aspettarla.


Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.