Se vi va di condividere con noi, in questo scompartimento bello comodo, un aperitivo salato, credo che sarebbe un bel modo per rilassarci tutti assieme mentre faremmo un viaggio particolare.
Siete pronti?
MC – Chi sono gli Argonauti e perché si chiamano così?
I – Gli Argonauti erano degli eroi mitologici dell’Antica Grecia, chiamati così perché navigavano con la nave Argo.
MC – Perché si chiamava così la nave?
I – Semplicissimo, il nome deriva dal suo costruttore; il carpentiere Argo di Tespi. Un abilissimo maestro d’ascia, che seguì il progetto ispirato da Atena, dea dell’ingegno e della tecnica.
Ma c’è un dettaglio che rende il nome ancora più affascinante.
Atena fece inserire nella prua della nave un pezzo di quercia parlante proveniente dal bosco sacro di Dodona. Questo legno profetico permetteva alla nave di parlare, avvertire, consigliare. Non era solo un mezzo di viaggio, ma quasi un personaggio.
MC – Dove si trovava questa quercia parlante e come si raccoglieva il legno, ma soprattutto... come mai era parlante?
I – La quercia era a Dodona (Grecia nord-occidentale), in una valle isolata e ventosa, una grande quercia al centro dello spazio sacro.
Dodona è un oracolo arcaico, primitivo, legato alla natura più che all’architettura.
Come si “raccoglieva” il legno? Non si abbatteva la quercia, era sacra e intoccabile. Secondo la tradizione, Atena fece usare un frammento già caduto o donato dal Dio. Il legno fu inserito nella prua dell’Argo, non come tavola qualunque, ma come reliquia.
Perché era “parlante”? Non parlava come una persona. La quercia “parlava” perché il vento faceva frusciare le foglie, le campane e i tripodi appesi ai rami tintinnavano, così i sacerdoti interpretavano suoni, movimenti, echi. Era una voce indiretta, naturale, ambigua.
Per i greci la natura non era muta, era da ascoltare.
MC – Chi guidava gli argonauti?
I – Giasone, bisnipote del Dio Ermes (da parte di madre, e in alcune versioni, anche del Dio Apollo da parte di padre).
MC – Secondo te, come mai ci sono due versioni?
I – Beh, i miti sono molto antichi, quindi con il tempo si cambia la versione o anche alcune parti vanno perse.
MC – Ci parli un po’ di Giasone?
I – La sua vita, come per altri miti, ruota attorno a intrighi e usurpazioni.
Figlio di Esone, re di Iolco, e di Alcimede… ma lo zio Pelia (fratellastro del padre) detronizzò Esone, uccidendo tutti i discendenti. La madre però riuscì a salvarlo, mandandolo dal saggio centauro Chirone.
Una volta adulto volle riconquistare il trono, ma Pelia disse che lo avrebbe avuto solo se sarebbe riuscito a conquistare il famoso Vello d’oro… ed è così che partì la spedizione degli Argonauti.
MC – Che cos’è il Vello d’oro?
I – È il manto dorato del Crisomallo, un ariete alato capace di volare, che si dice avesse il potere di curare ogni ferita o malattia.
MC – E il Crisomallo dove si trovava?
I – All’inizio si trovava in Beozia, inviato da Ermes (o da Nefele) per salvare Frisso ed Elle da un sacrificio imminente. I due fratelli gli salirono in groppa e lui spiccò il volo sopra il mare.
Durante il viaggio accadde la frattura del destino: Elle cadde in mare e quel tratto d’acqua prese il nome di Ellesponto. Frisso invece arrivò sano e salvo nella lontana Colchide, sulle rive orientali del Mar Nero, alla corte del re Eete.
È lì che Crisomallo “finisce” la sua corsa terrena: Frisso lo sacrifica a Zeus in segno di gratitudine. Il suo vello d’oro viene appeso a una quercia sacra e custodito da un drago insonne.
Da quel momento Crisomallo non è più un animale errante, ma una reliquia immobile, al centro di una terra remota e pericolosa. Ed è proprio lì, in Colchide, che Giasone e l’Argo dovranno arrivare.
MC – Chi sono gli oracoli di Pelia?
I – Come detto, Pelia ero lo zio di Giasone (fratellastro del padre, figlio del Dio Poseidone) che divenne re, nonostante il legittimo sovrano fosse il padre di Giasone.
I – Sì, le ascoltò. Il problema è che le ascoltò male.
L’oracolo gli aveva detto di temere l’uomo con un solo sandalo. Pelia non ignorò affatto la profezia, anzi, la prese sul serio, al punto da viverci dentro. Governava con sospetto, controllava i segni, temeva il ritorno di chi potesse reclamare il trono.
Quando Giasone arrivò a Iolco con un solo sandalo, Pelia capì subito. Il segno era lì, nudo come una ferita. E invece di affrontarlo apertamente, fece ciò che spesso fanno i re impauriti dalle profezie: provò ad aggirarle.
Ma le profezie, nella mitologia greca, non sono enigmi da risolvere. Sono sentieri già tracciati: puoi scegliere come percorrerli, non se evitarli.
E proprio tentando di salvarsi, mise in moto l’Argo, il viaggio, Medea… e la propria fine.
MC – Quando è durato il viaggio di Giasone e quale furono le tappe?
I – Ma sai che non so di preciso la durata, di certo molti mesi (se non anni, anzi forse più probabilmente anni), perché ci furono diverse tappe:
MC - No ho il coraggio di chiederti del ritorno.
I – Il viaggio di ritorno di Giasone non è un semplice “ritornare a casa”. È una seconda odissea, più oscura, più spezzata, come se il mare stesso non volesse lasciar andare ciò che ha preso.
Il ritorno non è diretto. Dopo aver preso il Vello d’Oro, Giasone non può tornare per la stessa via.
Nelle versioni più diffuse del mito, gli Argonauti sono costretti a risalire fiumi sconosciuti, attraversare mari lontanissimi, passare addirittura vicino alle terre dell’Occidente e del Nord.
Il ritorno è più lungo e più pericoloso dell’andata, come se il prezzo del successo fosse la dispersione.
Poi c’è Medea. Non è solo una compagna: è una frattura nel mondo. Uccide e smembra il fratello Apsirto per rallentare l’inseguimento del padre Eete. Questo atto di sangue genera una colpa sacra, per questo gli Argonauti devono fermarsi per una purificazione rituale. Il viaggio di ritorno diventa anche un viaggio di espiazione.
La nave Argo avverte dei pericoli, indica quando è necessario fermarsi, suggerisce deviazioni. Non è più solo Giasone a guidare. È come se il destino avesse preso voce.
Durante il ritorno incontrano:
Figlio di Esone, re di Iolco, e di Alcimede… ma lo zio Pelia (fratellastro del padre) detronizzò Esone, uccidendo tutti i discendenti. La madre però riuscì a salvarlo, mandandolo dal saggio centauro Chirone.
Una volta adulto volle riconquistare il trono, ma Pelia disse che lo avrebbe avuto solo se sarebbe riuscito a conquistare il famoso Vello d’oro… ed è così che partì la spedizione degli Argonauti.
MC – Che cos’è il Vello d’oro?
I – È il manto dorato del Crisomallo, un ariete alato capace di volare, che si dice avesse il potere di curare ogni ferita o malattia.
MC – E il Crisomallo dove si trovava?
I – All’inizio si trovava in Beozia, inviato da Ermes (o da Nefele) per salvare Frisso ed Elle da un sacrificio imminente. I due fratelli gli salirono in groppa e lui spiccò il volo sopra il mare.
Durante il viaggio accadde la frattura del destino: Elle cadde in mare e quel tratto d’acqua prese il nome di Ellesponto. Frisso invece arrivò sano e salvo nella lontana Colchide, sulle rive orientali del Mar Nero, alla corte del re Eete.
È lì che Crisomallo “finisce” la sua corsa terrena: Frisso lo sacrifica a Zeus in segno di gratitudine. Il suo vello d’oro viene appeso a una quercia sacra e custodito da un drago insonne.
Da quel momento Crisomallo non è più un animale errante, ma una reliquia immobile, al centro di una terra remota e pericolosa. Ed è proprio lì, in Colchide, che Giasone e l’Argo dovranno arrivare.
MC – Chi sono gli oracoli di Pelia?
I – Come detto, Pelia ero lo zio di Giasone (fratellastro del padre, figlio del Dio Poseidone) che divenne re, nonostante il legittimo sovrano fosse il padre di Giasone.
- Un primo oracolo profetizzò che sarebbe stato ucciso da un discendente del Dio dei venti Eolo.
- Un secondo oracolo lo mise in guardia da un giovane con un sandalo solo.
- E c’è anche un terzo oracolo: quando Giasone chiese il regno, Pelia gli narrò che un oracolo disse che la loro terra sarebbe rimasta sempre povera fino a quando non fosse stato riportato in patria il vello d'oro.
I – Sì, le ascoltò. Il problema è che le ascoltò male.
L’oracolo gli aveva detto di temere l’uomo con un solo sandalo. Pelia non ignorò affatto la profezia, anzi, la prese sul serio, al punto da viverci dentro. Governava con sospetto, controllava i segni, temeva il ritorno di chi potesse reclamare il trono.
Quando Giasone arrivò a Iolco con un solo sandalo, Pelia capì subito. Il segno era lì, nudo come una ferita. E invece di affrontarlo apertamente, fece ciò che spesso fanno i re impauriti dalle profezie: provò ad aggirarle.
Ma le profezie, nella mitologia greca, non sono enigmi da risolvere. Sono sentieri già tracciati: puoi scegliere come percorrerli, non se evitarli.
E proprio tentando di salvarsi, mise in moto l’Argo, il viaggio, Medea… e la propria fine.
MC – Quando è durato il viaggio di Giasone e quale furono le tappe?
I – Ma sai che non so di preciso la durata, di certo molti mesi (se non anni, anzi forse più probabilmente anni), perché ci furono diverse tappe:
- L'isola di Lemno;
- Il passaggio dell'Ellesponto, sbarcando sulla penisola Arto;
- La Misia;
- Il paese dei Bebrici;
- La terra di Bitinia;
- Le Simplegadi;
- Ponto Eusino;
- Il paese dei Mariandini;
- La terra delle Amazzoni;
- L'isola di Ares;
- La Colchide (la meta).
MC - No ho il coraggio di chiederti del ritorno.
I – Il viaggio di ritorno di Giasone non è un semplice “ritornare a casa”. È una seconda odissea, più oscura, più spezzata, come se il mare stesso non volesse lasciar andare ciò che ha preso.
Il ritorno non è diretto. Dopo aver preso il Vello d’Oro, Giasone non può tornare per la stessa via.
Nelle versioni più diffuse del mito, gli Argonauti sono costretti a risalire fiumi sconosciuti, attraversare mari lontanissimi, passare addirittura vicino alle terre dell’Occidente e del Nord.
Il ritorno è più lungo e più pericoloso dell’andata, come se il prezzo del successo fosse la dispersione.
Poi c’è Medea. Non è solo una compagna: è una frattura nel mondo. Uccide e smembra il fratello Apsirto per rallentare l’inseguimento del padre Eete. Questo atto di sangue genera una colpa sacra, per questo gli Argonauti devono fermarsi per una purificazione rituale. Il viaggio di ritorno diventa anche un viaggio di espiazione.
La nave Argo avverte dei pericoli, indica quando è necessario fermarsi, suggerisce deviazioni. Non è più solo Giasone a guidare. È come se il destino avesse preso voce.
Durante il ritorno incontrano:
- Scilla e Cariddi (in alcune versioni)
- le Sirene (superate grazie al canto di Orfeo)
- tempeste mandate da Zeus
- coste ostili
- approdi ambigui.
Ogni incontro è meno eroico e più inquietante: non c’è gloria, solo sopravvivenza.
MC – Che dici se continuiamo il nostro viaggio parlando delle tape di Giasone?
I – Certamente, sono sempre felice di parlare di mitologia greca.
MC – Lo immaginavo. Alla prossima viaggiatori curiosi.
I – Buona lettura a tutti, spero che vi piaccia questo viaggio.
MC – Sono sicura che i nostri amici viaggiatori sono curiosi di saperne di più. Alla prossima.
.png)
Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.